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![]() ![]() ![]() Contratti, parte la dismissione Al via il tavolo sulla riforma del modello contrattuale.
L'unità sindacale traballa sotto il peso della convergenza tra imprese e
governo. Che vogliono di tutto di più. Sara Farolfi ROMA C'è chi spera - in molti e per ragioni anche diverse - in
un altro 23 luglio. Il terzo, dopo il '93 (quando fu partorito l'attuale
modello contrattuale), e il 2007 (quando è stata sottoscritta l'intesa su
pensioni e welfare). Anche perchè sulla riforma degli assetti contrattuali - su
cui si apre oggi la trattativa tra sindacati confederali e imprese - incombe
minacciosa l'ipoteca del nuovo governo che, per un verso (il ministero della
Funzione pubblica, capitanato da Renato Brunetta) è parte diretta in causa e
come tale si sta muovendo, per l'altro (il ministero del Lavoro guidato da
Maurizio Sacconi) è «spettatore molto attento per ora» pronto a intervenire con
provvedimenti del calibro di quelli annunciati nei giorni scorsi alla platea
dei 'giovani industriali'. Un affollamento di protagonisti intorno ad un unico
tavolo, che vede una straordinaria convergenza d'intenti, e di interessi, tra
governo e imprese. Dove altro vuole andare a parare la presunta fine del
rapporto conflittuale tra capitale e lavoro, assunta con ossessione ideologica
(altrochè post) anche da Cisl e Uil, se non nella direzione di un progressivo
prosciugamento degli spazi della contrattazione collettiva? E quale potrà
essere l'effetto indotto da uno spostamento del baricentro della contrattazione
sul livello aziendale (e contestuale restringimento del contratto nazionale),
qualora a questo si accompagni un corposo incentivo del governo
all'individualizzazione dei rapporti di lavoro? Una cosa è certa: la riforma
riguarda almeno 17 milioni di lavoratori dipendenti e deciderà delle politiche
salariali (e non solo) per almeno il prossimo quindicennio. I sindacati si presentano alla trattativa con un documento
unitario, in cui si riscrive l'articolazione del modello contrattuale -
contratti triennali e un unico modello per il pubblico e per il privato - e si
definiscono le nuove regole su democrazia e rappresentanza. Il contratto
nazionale, nel documento di Cgil, Cisl e Uil, dovrà continuare a garantire il
potere d'acquisto (recuperando, con la revisione degli indici, l'inflazione
reale e non più quella programmata, ma sul punto Confindustria è contraria),
mentre la contrattazione di secondo livello, a cui è affidato il compito di
«accrescere» il potere d'acquisto, dovrà potersi dispiegare in una molteplicità
di forme (contratti aziendali, territoriali, di distretto, filiera e via
dicendo). Un «minimo salariale», contrattato a livello nazionale e valido per
tutti, dunque, e la contrattazione decentrata per aumentare il potere
d'acquisto. Il contratto nazionale, come disegnato dagli accordi del luglio
'93, non è riuscito a garantire la minima tenuta del potere d'acquisto, e
questo è sotto gli occhi di tutti (proprio tutti); la contrattazione di secondo
livello, d'altra parte, è attualmente cosa per pochi intimi (riguarda appena il
30% delle imprese, il 70% circa dei lavoratori). Che la forza del sindacato si giochi sulla presenza nel
luogo di lavoro, è la stessa storia sindacale a dimostrarlo. Ma il tessuto
produttivo italiano è innervato (quasi all'80%) di piccole e piccolissime
imprese, dove il sindacato non c'è: a questo punta - risponde la Cgil alle voci
critiche - una contrattazione decentrata che dovrebbe potersi dispiegare in una
molteplicità di forme. Non fosse che nel vertice di Bergamo Confindustria ha
definito le proprie linee guida e, guarda caso, la contrattazione di secondo
livello viene declinata esclusivamente come «aziendale» (con i salari legati ai
parametri di produttività), e naturalmente «facoltativa». Contratti
territoriali, di sito, distretto o filiera non sono ammessi, e laddove lo
fossero, «sarebbero alternativi al contratto nazionale». In altre parole, ha
spiegato limpidamente il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei, va
ridotto il peso del contratto nazionale per lasciare alla buona volontà delle
imprese (auguri) quello dei contratti decentrati. Pesa come un macigno, nel
mondo imprenditoriale, la componente dell'industria metalmeccanica perchè - è
l'osservazione frequente - ci sono interi settori, dall'edilizia
all'agricoltura fino all'artigianato dove la contrattazione territoriale è la
norma e non l'eccezione. Non a caso il contratto dei metalmeccanici viene
assunto come «il» contratto per definizione. E per converso, forse non per caso
i metalmeccanici della Fiom, che conoscono bene lo stato dell'arte oltrechè la
posta in gioco, si sono espressi al 75% per il no all'ipotesi di riforma
disegnata dalle tre confederazioni. Questa, in estrema sintesi, la partita che si gioca al
tavolo della trattativa. A cui va aggiunta l'incalzante, e ingombrante, azione
dei ministeri interessati (Lavoro e Pubblica amministrazione). Sono bastate le
prime misure varate dal governo (detassazione, in via sperimentale, degli
straordinari e delle parti variabili del salario, quelle contrattate e quelle
elargite unilateralmente dalle aziende), a cui si è aggiunto l'annuncio di una
«chirurgica deregulation del mercato del lavoro», per fare emergere le crepe di
un'unità sindacale con cui il maggiore dei sindacati (la Cgil) punta ad
arginare l'offensiva governativa. Cisl e Uil hanno di fatto gradito, quando non
applaudito, i provvedimenti e non hanno battuto ciglio (se non per rilevare, a
bassa voce, alcuni problemi di metodo) di fronte alle parole pronunciate da
Sacconi davanti agli industriali. Sacconi ha per parte sua promesso che, a
sperimentazione verificata, intende farne la regola per tutto il lavoro
dipendente. Di più: alcuni dei provvedimenti del capitolo «deregolazione del
mercato del lavoro» potrebbero vedere la luce già il 18 giugno, insieme al
provvedimento che accompagnerà la presentazione del Dpef. E non è neppure che,
sul fronte salariale, il ministro si mostri molto sensibile alla «piattaforma
fiscale» elaborata sei mesi fa da Cgil, Cisl e Uil (detrazioni sui redditi da
lavoro dipendente), su cui molto punta il sindacato di corso d'Italia: Sacconi vuole
incentivare le parti variabili del salario, legate alla produttività, e quindi
«aspetta di vedere quanta parte di questo verrà intercettata dalla
contrattazione collettiva». | ||||
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