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![]() ![]() ![]() DONNE Dal part time coatto alle dimissioni in bianco Sempre discriminate ROMA Sara Farolfi il Manifesto del 17 lugio 2088 Su un dato, tutte le recenti statistiche sul mercato del
lavoro italiano, convergono: la crescita esponenziale del part time, che anche
nel 2007 è aumentato del 3,6% rispetto all'anno precedente. Una scelta subìta
dalla stragrande maggioranza delle lavoratrici coinvolte (delle 116 mila nuove
occupate del 2007, ben 70 mila sono a tempo parziale). Per l'azienda invece,
un'affilata arma di ricatto, potenziata ora dalla detassazione di straordinari
e «tempi supplementari», varata dal governo. Quale interesse dovrebbe infatti
avere un'azienda a trasformare il tempo parziale in tempo pieno - come vorrebbe
circa la metà delle donne occupate part time, secondo l'Istat - quando può
tranquillamente usufruire dell'orario supplementare (ore lavorative in più)
detassato? E non c'è solo il par time. I provvedimenti del governo
incentivano di fatto i differenziali salariali già esistenti tra uomini e donne
(le donne guagagnano circa il 25% in meno, secondo l'Isfol) e accentuano le
discriminazioni dirette e indirette nei luoghi di lavoro. Come altrimenti
spiegare l'abrogazione della legge sulle dimissioni in bianco? Una pratica
diffusissima, soprattutto nelle piccole e piccolissime imprese (che
costituiscono il nerbo nostro sistema produttivo), che consiste nel fare
firmare alle donne, all'atto dell'assunzione, una lettera di dimissioni senza
data, opportunamente tirata fuori in caso di gravidanza o al rientro della
maternità. Altro che obiettivi di Lisbona, a cui anche l'Italia ha
aderito, e che vorrebbe il tasso di occupazione femminile al 60% entro il 2010.
Nella media del 2007 il tasso di occupazione per le donne è risultato pari al
46,7%, contro una media europea del 58,3%. Anche quando accedono a un lavoro,
per le donne i salari sono più bassi e il trattamento peggiore. Perciò una
richiesta di incontro a governo e parlamento è stata avanzata da una nutrita
fila di dirigenti Fiom e Fim, per dire della «preoccupazione fortissima per il
futuro dell'occupazione femminile che abbiamo, in quanto sindacaliste, rispetto
alla manovra che si prefigura». Part time, dimissioni in bianco e non solo. La
detassazione dei premi aziendali ad personam discrimina in particolare le
donne, che spesso non ne beneficiano, scrivono nella lettera le sindacaliste.
La forte deregolamentazione in tema di orari, turni e riposi settimanali, che
porteranno ad un aumento degli orari medi, tendono a ostacolare l'allargamento
dell'occupazione e in particolare quella femminile, già molto al di sotto degli
obiettivi di Lisbona. E ancora: l'assenza di un piano di rilancio dei servizi
per l'infanzia, i tagli alla finanza pubblica, alla scuola e alle
amministrazioni locali, comprimeranno ancora i servizi pubblici, con un
ulteriore aggravio delle responsabilità di cura che ricadono prevalentemente
sulle donne. Lavora a tempo parziale, secondo i dati dell'Istat, il
13,6% degli occupati. Quattro occupati su cinque (il 78%), sono donne. Il 27%
delle occupate è a part time. Moltissime lavorano nella grande distribuzione,
con un orario settimanale che va dalle 16 alle 22 ore. «Nel 95% dei casi», non
ha dubbi Dora Maffellotti, segretaria Filcams di Milano e Lombardia: un part
time a 16 ore significa uno stipendio di 450 euro al mese. Una parziale
liberalizzazione del tempo parziale era già stata effettuata dal precedente governo
Berlusconi. Abolendo l'assunzione part time a orario fisso, e introducendo
quella con clausule flessibili e elastiche. E' il cosiddetto orario
supplementare, per cui un'azienda, con un preavviso di quarant'otto ore, può
comunicare alla lavoratrice i cambiamenti (o allungamenti) dell'orario di
lavoro. «Detassare quelle ore supplementari - conclude Dora - significa
aggravare la possibilità per le lavoratrici di uscire dal ricatto perenne». | ||||
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