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sindacati sono pronti. Il contratto è a rischio Il 7 maggio l'ok al testo unitario, che poi passerà al direttivo Cgil: la sinistra prepara battaglia sul livello nazionale. Confindustria ribadisce: no ad accordi territoriali. Antonio
Sciotto Roma Il testo sulla riforma dei contratti è pronto, e sono cattive notizie per i lavoratori: i sindacati - per quel che si sa, dato che per il momento il documento è «segreto» - sarebbero pronti a decentrare la contrattazione, lasciando al livello nazionale il mero recupero dell'«inflazione realisticamente prevedibile»: una nuova versione, se possibile peggiorata, del già pessimo Patto del luglio '93, che in quel caso si riferiva all' «inflazione programmata». Per il resto, se reali incrementi del reddito si vorranno, si dovrà andare a trattare sul territorio (ma la Confindustria ha già detto di non essere disposta a farlo), o, più prevedibilmente, in azienda, sottoforma di premi di risultato legati alla cosiddetta (quanto volatile) «produttività»: ma sappiamo bene che gli imprenditori fanno di tutto per non chiudere integrativi, e la grandissima parte delle imprese (più del 90%) sono piccole, dove il sindacato neppure esiste. In realtà, l'unico modo per avere aumenti veri, «pochi, maledetti e subito» in busta paga, sarà quello di fare straordinari - dato che saranno detassati - e l'accelerazione impressa dai confederali per trattare con la Confindustria è proprio un tentativo per non lasciare tutto il merito dei futuri incrementi di salario al nuovo governo, pronto ad agire per via legislativa nel caso non si chiudesse un accordo tra le parti sociali. L'unico «ostacolo» che si frappone allo spianamento del contratto nazionale, è rappresentato dalla sinistra Cgil: la Fiom, guidata da Gianni Rinaldini, Lavoro e società, di Nicola Nicolosi, e la Rete 28 aprile, di Giorgio Cremaschi, che hanno chiesto al direttivo del 29 aprile di discutere la bozza prima di arrivare al sì delle tre segreterie unitarie. Ma il percorso scelto da Guglielmo Epifani è opposto: prima arriverà il sì delle segreterie, che il 7 maggio vareranno il testo (la data è stata fissata ieri), subito dopo - lo stesso giorno - è fissato il direttivo Cgil chiamato a valutarlo. Ma in questo modo, spiegano le sinistre Cgil, visto che Epifani avrà appena dato il suo «imprimatur», i componenti del direttivo non potranno far altro che esprimere un «voto di fiducia» sul segretario generale. In ogni caso, il 12 maggio sono fissati i direttivi unitari che vareranno il testo, che riceverà l'ultima ratifica dalle assemblee dei lavoratori (le ultime due settimane di maggio). Dato che Emma Marcegaglia sarà designata ufficialmente presidente di Confindustria il 22 maggio, il tavolo si dovrebbe aprire i primi di giugno. La bozza
prevede poi una durata triennale dei contratti, un meccanismo della
rappresentatività dato dal mix tra numero di iscritti e elezioni Rsu, mentre si
chiederà di rafforzare la contrattazione di secondo livello, anche con
incentivi: i sindacati puntano anche sul piano territoriale.
Proprio su questo tema, però, ieri il direttore di
Confindustria Maurizio Beretta ha ribadito la contrarietà dell'associazione:
«La produttività si misura in azienda, c'è già il contratto nazionale che media
tra situazioni molto diverse». Comunque Beretta ha giudicato «positiva»
l'accelerazione dei sindacati, e la stessa apertura è venuta da Maurizio
Sacconi, tra i candidati a guidare il ministero del Lavoro. Forti critiche alla
bozza sono venute anche ieri da Nicola Nicolosi (vedi intervista sotto) e da
Giorgio Cremaschi, che parla di «eutanasia del contratto»: «Il contratto nazionale
è la Cgil, rimetterlo in discussione è rimettere in discussione la Cgil, la sua
storia e la sua cultura»; Cremaschi si è poi detto contrario al voto dei
pensionati sull'accordo che riforma i contratti. | ||||
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