Il gruppo
Cos minaccia di chiudere Atesia. E' sciopero
Tripi
scrive ai sindacati e al governo: «Abbiamo perso 24 milioni di euro a causa
delle stabilizzazioni. Dobbiamo tornare ai cocoprò». Genovesi (Slc Cgil): «I
soldi persi colpa dell'impresa. Non arretriamo: basta precari»
Antonio
Sciotto 28-01-2008
Il fronte
dei call center torna a farsi caldo, anzi rovente: con una lettera al governo e
ai sindacati, Marco Tripi, il figlio del titolare e fondatore del gruppo
Almaviva-Cos, Alberto, ha annunciato che l'azienda tornerà ad assumere
lavoratori a progetto, a causa di pesanti perdite dovute alle stabilizzazioni
realizzate l'anno scorso. Almaviva, che è anche proprietaria del celebre call
center romano Atesia, spiega di aver perso 24 milioni di euro nell'ultimo
biennio («24 milioni di euro!», scrive Marco Tripi con il punto esclamativo):
se non ridurrà i costi, insomma, si minaccia «la perdita nel medio periodo di
oltre 10 mila posti a tempo indeterminato e nel breve periodo la chiusura
totale delle attività site su Roma».
Una bella
spada di Damocle puntata sulla testa di migliaia di lavoratori che già hanno
sacrificato tantissimo per avere l'agognato posto fisso: nella lettera,
ovviamente, Tripi sorvola su quanto l'azienda ha risparmiato grazie alle
rinunce sul pregresso che hanno dovuto firmare i lavoratori in cambio dell'assunzione
a tempo indeterminato. Molti erano precari dal 1990, e i verbali delle
ispezioni ministeriali dell'estate 2006 davano diritto ad esigere salari e
contributi almeno a partire dal 2001: sarebbe stata una bella botta per la
famiglia Tripi, che ha avuto per giunta anche gli incentivi dalla prima
finanziaria Prodi e ha offerto agli operatori contratti part time di sole 20
ore settimanali, per 550 euro netti al mese.
Ora che
il clamore mediatico sulle stabilizzazioni si è abbassato, insomma, il gruppo
sarebbe pronto alla «fase due»: cestinare i dipendenti, dato che firmata la
liberatoria non possono più fare causa, e infornare precari. Slc, Fistel e
Uilcom hanno proclamato uno sciopero per domani: tutti i call center Almaviva
(Roma, Milano, Napoli, Palermo, Catania) si fermano per l'intero turno, e
martedì 29 è convocato il Coordinamento nazionale delle Rsu: «Il sindacato non
è disposto a tornare ai contratti precari - spiega Alessandro Genovesi,
segretario nazionale Slc Cgil - Almaviva non si illuda che dopo il 2007, anno
dello "spot" sulle stabilizzazioni, ora si apre un 2008 in cui hanno
carta bianca. Un arretramento che non possiamo permetterci con un gruppo che
insieme a pochi altri controlla oltre i due terzi del settore».
Bisogna
però spiegare da cosa sia partita l'ultima sortita dei Tripi, perché alcune
delle ragioni che portano a sostegno della loro minaccia non sembrano
peregrine: Almaviva contesta al governo di non essere riuscito nella
«omogeneizzazione» di tutto il settore con il passaggio a tempo indeterminato
di gran parte degli operatori. In particolare, molti outbound di aziende
concorrenti restano a progetto, con un costo del lavoro dimezzato rispetto ai
contratti dipendenti. Questo «dumping», lamentano i Tripi, avrebbe portato
l'azienda a perdere 24 milioni in due anni. In più, e qui la colpa è del
settore pubblico, committenti come Enel, Eni e il Comune di Roma continuano a
offrire ai fornitori paghe sotto i minimi contrattuali, obbligandoli di fatto
ai cocoprò. Ancora: gli ispettorati del lavoro di regioni come la Sicilia, la
Sardegna, la Calabria, sono meno «rigidi» rispetto a quelli del Lazio o della
Campania, aumentando la «disomogeneità del mercato».
«Sono
pretesti - ribatte Genovesi, Slc Cgil - Le perdite lamentate dal gruppo non
vengono dal dumping. Bisogna infatti ricordare che se è vero che il concorrente
Teleperformance inquadra gli operatori su livelli più bassi, d'altra parte ha
fatto contratti di 36 ore settimanali, imparagonabili alle 20 di Almaviva. La
verità è che la Cos non ha ancora imparato a usare il lavoro subordinato, tanto
che per far fronte alle esigenze orarie usa molti straordinari e contratti
interinali. Basterebbe razionalizzare i carichi di lavoro e pianificare i
turni, e soprattutto assicurare almeno 30 ore a settimana agli operatori, così
da aumentare i salari».
«Quanto
al pubblico - aggiunge il sindacalista - è vero che Eni, Enel o il Comune di
Roma devono adeguare le offerte: i committenti privati hanno già aumentato del
15-17% i compensi. Ma sull'outbound anche i committenti privati sono indietro,
perché potrebbero pianificare gli ordini in modo più aderente ai nuovi
contratti del personale, mentre continuano a dare commesse just in time. Sulle
ispezioni, infine, si deve dire che quasi tutti i 10 mila verbali fatti finora
riconoscono anche agli outbound il lavoro subordinato. Piuttosto, sarebbe bene
che il ministero del Lavoro spingesse gli ispettori a usare uno strumento
creato dalla legge 124/2004, ovvero il potere di diffida: l'azienda ha 60
giorni per stabilizzare, altrimenti provvede il giudice».
Call
center.Grande adesione allo sciopero Almaviva
Grande
adesione (80%) allo sciopero dei call center Almaviva indetto per la giornata
di ieri da confederali e Cobas. L'azienda aveva annunciato che avrebbe ripreso
ad assumere cocoprò, minacciando la chiusura dei call center romani, tra cui
Atesia. «La proprietà rispetti l'impegno a non assumere più precari - dice
Alessandro Genovesi, Slc Cgil - Ma ora ognuno deve fare la sua parte: i servizi
ispettivi continuino nell'opera di repressione; il ministero del
Lavoro deve adeguare le proprie circolari, visto che il 99% delle ispezioni
dichiara che l'outbound è subordinato;
i grandi
committenti pubblici e privati modifichino volumi e organizzazione». I Cobas
annunciano un'assemblea di tutti
i lavoratori delle tlc, il 2 febbraio alle 10, presso la Sala rossa del X
municipio di Roma: l'obiettivo è lanciare uno sciopero generale di settore.