Stipendi alla resa dei conti
Gli aumenti delle retribuzioni del lavoro dipendente sono al
minimo storico da quattro anni a questa parte. Nove milioni di lavoratori hanno
il contratto scaduto. Si guadagna poco e si lavora di più: crollano le ore di
sciopero.
di Roberto Tesi (Il manifesto del 04 sett 2007)
Le retribuzioni sembrano inchiodate: a luglio l'incremento
mensile (nonostante numerose applicazioni contrattuali, spiega l'Istat) sono
aumentate dello 0,1 per cento sia per quanto riguarda le retribuzioni orarie
che quelle per dipendente, mentre la variazione tendenziale (luglio 2007 sul
luglio del 2006) è di appena l'1,8 per cento, solo lo
Ma c'è un dato che meglio di altri mostra come per i salari
non sia tempo di vacche grasse: la variazione tendenziale di luglio è la più
bassa degli ultimi quattro anni, durante i quali i salari sono stati costretti
a una faticosa rincorsa dell'aumento dei prezzi al consumo.
Anche considerando che nei primi sette mesi dell'anno le
retribuzioni orarie e per dipendente sono aumentate del 2,5 per cento rispetto
al gennaio-luglio 2006, le retribuzioni nominali rimamgono inferiori di oltre
un punto al'incremento del Pil monetario nello stesso periodo. Non deve
sorprendere: al 31 luglio risultavano scaduti (e ovviamente non rinnovati) 36
contratti nazionali relativi a circa 8,9 milioni di lavoratori dipendenti, il
74,3 per cento dell'intero monte retributivo. Anche se - aggiunge l'Istat -
occorre tenere conto che in luglio sono stati siglati alcuni contratti
importanti (alimentari, olearia e margariniera, pubblici esercizi e alberghi,
poste, telecomunicazioni, ministeri e comparto sicurezza) i cui benefici
economici si faranno sentire solo nei prossimi mesi, quando l'inflazione avrà
di nuovo falcidiato il potere d'acquisto dei salari.
Vi sono così molti settori produttivi nei quali le
retribuzioni nell'ultimo anno sono rimaste ferme, mentre sono pochi i settori
nei quali gli incrementi superano abbondantemente l'incremento dell'inflazione.
Si tratta dei lavoratori che hanno da poco rinnovato il contratto nazionale di
lavoro.
La foto scattata dall'Istat sull'andamento delle
retribuzioni contrattuali, sui contratti e sui conflitti di lavoro è quella di
un paese «normalizzato» nel quale la diffusione sempre più estesa dei contratti
atipici, e più in generale dei lavoratori non stabilizzati, frena le
rivendicazioni salariali. Non è un caso che, nonostante l'enorme numero di
contratti ancora non rinnovati, nei primi cinque mesi dell'anno in corso si
siano «perse» per conflitti di lavoro solo 824 mila ore (un paio di minuti per
ogni lavoratore dipendente), il 63,4 per cento meno dello stesso periodo
dell'anno scorso. Insomma, sembra esserci una fortissima correlazione tra
diminuzione delle ore di sciopero e bassi incrementi delle retribuzioni.
Certo, l'economia italiana in questa fase non galoppa, ma la
crescita del Prodotto interno lordo, anche se non elevatissima (1,8 per cento
l'incremento tendenziale nel secondo trimestre al netto dell'inflazione)
finisce unicamente nelle tasche dei redditi non da lavoro. Al contrario, i
lavoratori vedono diminuire la loro quota di ricchezza, come confermano anche
le statistiche sulla distribuzione del reddito in Italia.
Le reazioni ai dati Istat non sono mancate. Per Manuela
Palermi, dei comunisti italiani, «le ragioni per scendere in piazza il 20
ottobre sono sempre di più e sempre più urgenti. La politica sociale in Italia
non va, è sbagliata. Il governo Prodi deve capire che va corretta con urgenza e
in profondità». Per la senatrici «siamo di fronte a una condizione intollerabile
che va modificata, invertendo la rotta del dare tanto alle imprese e niente ai
lavoratori».
Anche il verde Pecoraro Scanio (uno dei ministri che sembra non parteciperà alla manifestazione del 20 ottobre) è critico: i dati Istat sulle retribuzioni «confermano che i lavoratori dipendenti sono stati danneggiati». Poi il ministro ha aggiunto: «A pesare ancora di più in questo periodo c'è stata la crisi dei mercati finanziari. Per questo bisognerà prendere provvedimenti a favore delle classi più disagiate come il taglio dell'Ici sulla prima casa».