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![]() ![]() ![]() La precarietà è donna «Atipiche» al 53%. Rapporto Ires Cgil. L'occupazione
femminile cresce ma è precaria. E con salari inferiori a quelli degli uomini. Di Sara
Farolfi 20marzo 2008 - Il Manifesto Non c'è
rapporto ormai che non certifichi l'esistenza di un discrimine di genere per le
donne nell'accesso al mondo del lavoro. Non solo di questo si tratta. Per le
donne il lavoro è in gran parte part time (non scelto, ma subìto), precario e
meno retribuito. Ieri l'istituto di ricerca della Cgil (Ires) ha reso noti i
risultati dell'ultimo rapporto - «Donne e lavoro atipico: un incontro molto
contraddittorio» - dell'Osservatorio sul lavoro atipico. Tra il
1993 e il 2006 l'occupazione femminile è cresciuta più di quella maschile, fino
a rappresentare nel 2006 quasi il 40% dell'occupazione totale. Nello stesso
periodo l'occupazione a carattere temporaneo è aumentata del 62%. L'incremento
maggiore è quello registrato dall'impiego part time (a cui va ricondotto più
del 50% della nuova occupazione femminile), mentre contemporaneamente le ore di
part time medie annuali hanno subìto un calo sensibile (il 46% delle donne
lavoratrici non lavora più di 30 ore settimanali). Ma il tempo parziale
rappresenta una scelta consapevole solo per una minoranza di loro (il 36%). Nonostante
la crescita , il tasso di attività femminile continua a essere il più basso
d'Europa (e nel nostro Mezzogiorno il ritardo si aggrava progressivamente). Il
19% dell'occupazione totale femminile è precaria (mentre per gli uomini la
quota si riduce all'11%), e il passaggio a forme contrattuali stabili è cosa
che raramente le riguarda (solo il 14% delle donne, contro il 20% degli
uomini). Nel quarto trimestre 2006, le lavoratrici precarie, che comunque hanno
un tasso di scolarizzazione più alto di quello degli uomini, erano il 53% del
totale. E sono ancora le donne a costituire anche la maggioranza dei
parasubordinati a reddito esclusivo (coloro cioè che non hanno altre fonti di
reddito). Le cose
non vanno meglio sul fronte del reddito. Sempre considerando la platea dei
parasubordinati (contratti di collaborazione o a progetto), le donne guadagnano
mediamente il 56% di quanto percepiscono gli uomini (e il trend resta il
medesimo al crescere della durata del contratto). Anche nel caso di contratti
interinali resta il gap retributivo: il 34% di queste lavoratrici guadagna da
800 a 1000 euro e il 37% meno di 1000 euro. I contratti di collaborazione, dice
ancora il rapporto, sono poco «conciliativi» con la famiglia e riprongono alle
donne più giovani e più istruite quello che la segretaria generale del Nidil
Cgil definisce «un dilemma che dovrebbe essere stato superato nel '900»:
continuare a svolgere il proprio lavoro rinunciando alla famiglia e differendo la
nascita dei figli, o affrontare i rischi di allontanamento dal lavoro. Due sono
le conclusioni del rapporto. L'atipicità-flessibilità del contratto non
garantisce la conciliazione, deprime il tasso di occupazione e natalità del
paese e produce nuove forme di segregazione e disuguaglianze. Di più, le
differenze di genere nelle opportunità di lavoro e di guadagno rafforzano la
tradizionale divisione del lavoro nella famiglia: il 77% del lavoro di cura
della famiglia è un affare privato nel nostro paese, a carico esclusivamente
dalle donne. | ||||
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