Più lavoriamo, meno prendiamo. Non solo nella Ue

Il Rapporto Ue sull'occupazione nel 2007: orari di lavoro più lunghi in cambio di salari più bassi. E un minatore, in Polonia, guadagna più di uno in Italia

fr. pi.

Non siamo un paese di «fannulloni», questo è certo. l'orario lavorativo medio settimanale in Italia è di 38,5 ore, contro una media Ue di 37,3. E neppure siamo - ma di questo eravamo certi già da parecchio - un paese dagli alti stipendi. La retribuzione oraria media è di 11,05 euro, a fronte di media di 12,32 e il picco tedesco di 14,29.
Eppure vantiamo un «costo del lavoro per unità di prodotto» tra i più alti. Ragion per cui Confindustria, e i suoi editorialisti sulla grande stampa, continuano a chiedere di ridurre a nulla il livello nazionale della contrattazione collettiva («solo il recupero dell'inflazione») e affidare tutto il recupero salariale alla contrattazione aziendale (che si fa solo nel 25% delle imprese italiane), agganciandola alla «produttività».
Già, la produttività. In Italia è praticamente ferma. Si chiede perciò più flessibilità a chi lavora. Mentre è noto che può crescere solo là dove l'impresa riesce a impiegare tecnologie a più alta intensità di capitale (più prodotto nella medesima unità di tempo, magari con minor lavoro). Ma di questo - vedi l'editoriale di Pietro Ichino, ieri, sul Corsera - è vietato parlare. Eppure tutti sanno che l'impresa italiana è prevalentemente nana, storta e «inefficiente»; perché gioca tutto sull'estrazione di lavoro senza troppi investimenti. «Padroni» troppo piccoli per ambire a diventare industriali; modesti - magari feroci - sfruttatori di manodopera per farsi una villetta nell'hinterland e la Bmw. Senza orizzonti di gloria.
La riprova si ha guardando all'aumento dell'occupazione (+1,7%, meglio della media Ue), senza che il Pil cresca in corrispondenza. Ciò nonostante il tasso di occupazione generale resta basso (58,4%), ben lontano dall'obiettivo del 70% fissato dall'«agenda di Lisbona». E peggio di tutti stanno le donne, i giovani, gli anziani. E dire che largheggiamo in lavoro precario (quello temporaneo è cresciuto dal 26,6 al 40,9% in soli sei anni), grazie al «pacchetto Treu e poi alla legge 30. Che questo «modello di sviluppo» sia un'autostrada verso la decadenza sta scritto nei salari. Nell'industria un tedesco (o magari un immigrato turco o italiano) prende il 60% in più (come in Gran Bretagna); in Francia quasi il 50. Poco minori le differenze nelle costruzioni, nei servizi o nel commercio. Un paragone - al ribasso - lo si può fare solo nella corte dei miracoli della ristorazione.
Ma gli esempi più eclatanti vengono da altri raffronti. Secondo worldsalaries.org - sito statunitense che sintetizza le informazioni provenienti dagli istituti di statistica nazionali - nel 2005 un minatore polacco percepiva 1.295 dollari in busta paga (netti, insomma); mentre un suo collega italiano si fermava a 1.186. Vero è che qui da noi di minatori - e di risorse minerarie - ne sono rimasti pochi. Ma quei pochi se la passano decisamente male.
Si dirà: «sì, ma è tutta colpa degli stipendi troppo alti nel pubblico impiego». Errore. La stessa fonte ci ricorda che un insegnante tedesco, nello stesso anno, prendeva (netti) 2.930 dollari; un francese 2.202 e un portoghese 1.787. E un italiano? In media soltanto 1.492. Siamo in coda all'Europa, ovviamente. E può addirittura sembrare consolatorio.
Poi però si vede che un insegnante tailandese arriva a 1.216 e uno peruviano a 1.097. E si comincia a guardare con preoccupazione alla «rimonta» degli stipendi di colossi industriali «ad alta produttività» come le Filippine (1.069 dollari) o il Messico (1.018). A quale livello di «moderazione salariale» si può pensare di arrivare?

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