Wind, Milano in rivolta: no all'accordo sui trasferimenti.

Lavoratori e segreterie locali contro il sindacato nazionale. «I nostri posti scambiati con più ore ai call center». La replica: «Ha deciso un referendum» an.sci.

Già da qualche mese i lavoratori della Wind di Milano scioperano e protestano contro i trasferimenti coatti decisi dall'azienda e avallati da un accordo sindacale nazionale. A metà dello scorso anno l'azienda aveva annunciato il trasferimento da Milano a Roma di 428 dei circa 900 dipendenti della sede di Lorenteggio, addetti all'information technology, al marketing, alla direzione vendite. Erano seguite varie proteste locali, poi uno sciopero nazionale il 30 novembre: il sindacato aveva chiesto la convocazione di un tavolo presso il Ministero dello Sviluppo economico. Il ministro Pierluigi Bersani ha convocato il tavolo il 16 dicembre, mentre i lavoratori avevano indetto un nuovo sciopero per il 20. Intanto, però, il 19 si è raggiunto un accordo e lo sciopero è stato sospeso.

L'intesa siglata prevede il trasferimento coatto non più di 428 addetti, ma di 240, e in più coinvolge anche i lavoratori dei vari call center Wind in tutta Italia: gli operatori su 5 ore giornaliere passeranno a 6, in modo da incrementare il salario. Ma prevede anche 800 milioni di nuovi investimenti, la conferma di Pisa e Ivrea come sedi strategiche, l'assunzione di 50 persone nelle Reti. Le Rsu di Milano hanno deciso di non firmare l'accordo, denunciano che «le segreterie nazionali non avevano mandato a firmare» e accusano Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil nazionali di aver «scambiato» il loro trasferimento - che equivarrebbe a un licenziamento, dato che molti non possono spostare le proprie famiglie - con un aumento di ore per i call center. Il referendum che è seguito all'accordo ha chiamato al voto anche gli operatori dei call center in tutto il paese - perché coinvolti nell'intesa - e ha vinto il sì. Con i lavoratori di Milano, che per protesta hanno deciso di non partecipare al referendum e hanno votato un ordine del giorno che respinge l'accordo, si sono schierate anche Slc, Fistel e Uilcom milanesi, che chiedono al nazionale di sospendere la validazione dell'intesa.

Maurizio Dotti, delegato Slc Cgil di Milano, spiega che «le segreterie nazionali non avevano mandato a siglare l'ipotesi. Si è trattato senza una piattaforma condivisa, si è agito contro il sindacato di Milano. Si sono voluti mescolare i trasferimenti coatti di Milano con l'aumento di ore dei call center. Non si dovrebbero dividere i lavoratori in questo modo, soprattutto dopo che avevamo fatto uno sciopero nazionale».

Ma ad essere arrabbiato è anche il sindacato locale: «Quello che è successo è gravissimo - spiega Paolo Puglisi, segretario Slc milanese - Alla Vodafone si era scelto di far votare i soli esternalizzati. Oltretutto l'aumento di ore per i call center in realtà era già stato concordato nei mesi precedenti, si è solo deciso di velocizzare il processo ed estenderlo a tutta la platea».

Da Roma le segreterie nazionali replicano che tutto il percorso è stato concordato con le Rsu: hanno deciso loro, all'unanimità, di trattare insieme trasferimenti e riorganizzazione. Sarebbe assurdo - aggiungono - che un'azienda cedesse su investimenti, nuove assunzioni e ore di lavoro in più solo per ottenere 200 trasferimenti. Fanno presente inoltre che i trasferimenti si riducono a 210 perché ci sono 30 maternità; che per altri 150 si prevede un rientro in 3 anni grazie al turn over e che i rimanenti 60 sono quadri: tra i 2700 e i 2800 euro netti di stipendio al mese. E che tutti avranno una «una tantum» di 7 mila euro e 1000 euro mensili «paracadute» per l'affitto per 36 mesi. Alessandro Genovesi, Slc Cgil, spiega: «Abbiamo rispetto per lo sciopero e ne terremo conto. Ma dobbiamo anche considerare che un referendum a scrutinio segreto ha portato 1500 sì su 1800 votanti».

Risposte che non convincono le Rsu: «I mesi di "paracadute" - replicano - sono 27 e non 36, i 150 rientri non sono tutti a Milano, ma anche a Torino e Ivrea». Dati in effetti confermati dal testo dell'accordo. «Chiediamo - concludono - di sospendere la validazione dell'intesa e tornare a trattare, per evitare trasferimenti coatti».


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